Qualcosa chiamato casa

Everyone dreams of a place called home.

Oggi leggevo sui vari quotidiani gli articoli riguardo il piano-casa per i Rom e mi sono trovata a riflettere su un paio di cose.

Come possono i nomadi (vi prego di non intenderlo in senso dispregiativo, ma non saprei davvero come identificarli in altro modo) avere una casa, se sono per definizione un popolo che non ha dimora fissa, che è in continuo movimento perché spinto da ragioni culturali e economiche? È una contraddizione in termini, o visti i cambiamenti socio-economici che ci sono stati, riusciranno ad avere residenza stabile?

E l’altro punto a cui pensavo è legato al concetto di casa: è un appartamento, una villa, una bettola, o piuttosto uno stato mentale?

Quando sono tornata dagli Stati Uniti, non mi sentivo a casa, pur stando nella casa in cui ero cresciuta, dormendo nel letto in cui avevo dormito sin da quando ero bambina e uscendo con gli amici di sempre. C’era qualcosa che non tornava, e quel qualcosa mi faceva sentire un’estranea a casa mia. Solo dopo un po’ mi sono resa conto che quel qualcosa ero io. Ero io che ero cambiata, ero io che mi sentivo soffocare in quella che era la mia vecchia realtà, ero io che avevo bisogno di spostarmi e andare via.

Le persone che viaggiano, e quindi si trasferiscono spesso, sono maggiormente inclini all’adattamento, forse perché non hanno tempo per sviluppare abitudini così profonde da essere difficili da sradicare, o come penso sia più probabile, è la loro testa che li spinge a cambiare, a cercare qualcosa di nuovo perché quello che hanno sta loro stretto.

Nel mio piccolo, capisco la filosofia nomade. Se penso di vivere tutta la mia vita a Milano, mi sento soffocare. Quando ho firmato il contratto di locazione per il mio appartamento, l’ho fatto dopo aver chiesto se e come avrei potuto rescinderlo. Per poi trovarmi una sera, a camminare per le vie del centro sotto la pioggia e con la musica nelle orecchie, ad apprezzare Milano, e sentirmi a casa.

Molto probabilmente non sono normale io, ma non credo di sbagliarmi di molto nel pensare che per i nomadi valga lo stesso. Non ne so molto a riguardo, anzi per la verità quasi nulla, ma mi viene facile pensare che non cerchino quattro mura, un divano e una tv, quanto piuttosto una condizione di vita che li faccia sentire a casa, qualsiasi cosa questa frase significhi.

Magari è un pensiero infantile e poco radicato nella realtà, ma perché invece di un appello a offrire loro un tetto, non si chiede loro di che cosa hanno veramente bisogno per sentirsi a casa?

Vogliamo che si integrino con la nostra cultura e società? Forse il primo passo dovrebbe venire proprio da noi. Forse dovremmo essere meno presuntuosi da pretendere di sapere di che cosa hanno bisogno e cercare di dar loro quello che loro intendono con “casa”.



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