Qualcosa chiamata tolleranza

Articolo di oggi in prima pagina sul Corriere della Sera:

“Cani abbaiano di notte, padroni in cella.
Condannati dalla Cassazione. I vicini di casa: era un inferno, non riuscivamo più a dormire.”

Ora mi chiedo: ma se i vicini non riuscivano a dormire, i padroni che facevano? Passavano le notti a giocare a scacchi allegramente?

I cani si sa che non sono bestiuzze silenziose, ma non posso nemmeno credere che i padroni li lasciassero abbaiare per tutta la notte. Dove sta la verità?

Tolleranza da parte dei vicini, capacità di assecondare e venire incontro a esigenze diverse dalle loro, da parte dei padroni. Difficile? Certe volte sembra sia impossibile!

Questo episodio è un po’ l’emblema di quello che sta diventando la nostra società: al lavoro, a casa, con gli amici.

Stiamo diventando sempre più individualisti, intrattabili e intolleranti. Abbiamo le nostre abitudini, la nostra routine e non lasciamo che (quasi) niente e (quasi) nessuno le alterino. Portiamo avanti le nostre idee convinti siano inconfutabili, ma se non ci confrontiamo con chi ci sta accanto, se non diamo al nostro referente il beneficio del dubbio, come possiamo essere così certi di essere nel giusto?

Siamo davvero così presuntuosi da ritenere di essere perfetti e di agire nel modo migliore, o forse siamo spaventati dal confronto per paura di dire che abbiamo sbagliato e mostrare (e accettare) le nostre debolezze? E se anche ammettessimo di non essere Superman o WonderWoman, che cosa mai succederebbe?

Succederebbe che risulteremmo più vulnerabili, più umani e forse, dico forse, saremmo più soli. Perché ammettere la verità significa fare i conti con cose che ci piacciono e cose che non ci piacciono, e se noi possiamo in qualche modo accettare e convivere con i nostri lati peggiori, non possiamo pretendere che lo facciano anche le persone che ci circondano.

(Ci) raccontiamo storie e ci gonfiamo talmente tanto delle nostre parole, da ritrovarci ingabbiati in aspettative e prigionieri di una situazione che noi stessi abbiamo creato. E quando poi non riusciamo più a gestirla, invece che affrontarla, viverla ed eventualmente metterci in discussione, scegliamo la soluzione più semplice: ci allontaniamo o alla peggio attacchiamo. Da qui i divorzi, il trovarsi d’accordo con sentenze assurde come quella che il padrone di un cane schiamazzante vada in galera. E questo nel migliore dei casi. Perchè sappiamo tutti che c’è chi arriva anche a eliminare persone scomode (moglie, marito, amante, nipote che sia). Ma si può?

E pensare che molte volte ammettere di sbagliare, il semplice chiedere scusa è un modo per avvicinarsi, il primo passo per trovare un accordo, un’intesa, un’amicizia. Se riusciamo a essere tolleranti e benevoli con noi stessi, perché non possiamo esserlo anche con chi ci sta accanto (nel senso lato del termine)?

Magari i nostri colleghi non hanno idee brillantissime, ma con il loro aiuto possiamo rendere la nostra “esplosiva”, magari il nostro vicino di casa non tiene la musica a palla per darci fastidio, ma piuttosto si sente solo e soffoca così il rumore dei pensieri.

Io lo scrivo qui come domanda e provocazione, ma alle volte sono io la prima a trovarmi ferma nella mia posizione, sorda di fronte ad alternative plausibilissime, così orgogliosa e testarda da andare avanti dritta per la mia strada. Intollerante dei difetti altrui, intransigente con gli errori (miei e altrui).

Ma c’è qualcosa che poi mi scatta nella testa, e mi chiedo: e se fossi io dall’altra parte? Se fossi io quella che non ha l’idea vincente, se fossi io quella che ha bisogno di ascoltare la musica a tutto volume? Come vorrei che si comportasse con me il collega o il vicino?

E mi rispondo che vorrei fosse tollerante e paziente con i miei errori, perchè, per quanto difficile sia da accettare, anche io sbaglio; vorrei che mi accettasse e mi apprezzasse per come sono, con i miei alti e i miei bassi (non musicali, intendo!); vorrei che mi tendesse una mano, perchè non abbiamo mai abbastanza alleati.

In un mondo ideale questa sarebbe la realtà e vivremmo tutti in pace e armonia, ma in questo mondo, in questo cacchio di mondo, in cui viviamo oggi, questo non succede quasi mai. Siamo tutti bravi a puntare il dito contro, a trovare soluzioni eccellenti (per gli altri), ma credo che se non siamo noi che per primi cominciamo a essere un po’ migliori (tolleranti, altruisti, modesti, sinceri o qualunque cosa migliori vogliamo significhi) non possiamo aspettarci che lo facciano gli altri per primi. Purtroppo.


One Comment on “Qualcosa chiamata tolleranza”

  1. […] ritorno a quanto dicevo ieri: quando una situazione diventa insopportabile che si fa? C’è chi scappa, chi uccide e chi si […]


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