Qualcuno da cui imparare

” Experimenting without having the paralyzing fear of failure is at the heart of all true creativity.”

(Steve Henry)

Aveva detto “Un vincente non si stanca mai di vincere. E io non voglio perdere mai”, e mi sembra che Mourinho non solo abbia tenuto fede al suo credo, ma perseveri in esso: dopo i successi ottenuti con l’Inter l’anno scorso (Champions League, campionato e Coppa Italia), ha ricevuto questa settimana la Panchina d’oro, proprio per la stagione 2009-2010.

D’altronde, da uno che viene chiamato lo “Special One” che cosa ci si può aspettare? Se Sandro Modeo nel suo libro lo definisce alieno, un talento più unico che raro, a mio modesto avviso Mourinho rappresenta un esempio da seguire.

Perchè è un uomo che non si limita a cercare nuovi stimoli, ma ne propone continuamente di nuovi. Perchè è un uomo che rischia, che si mette in gioco, che induce chi si affida a lui a dare il meglio di sé. Perchè non rinnega il suo passato e le scelte fatte, condivisibili o meno, ma cerca sempre di creare ponti che lo tengano legato ad esso. Perchè è un leader a tutto tondo, sempre pronto a difendere i suoi. Non importa che siano giornalisti, presidenti o allenatori: sono tutti nemici!

Motivazione. Determinazione. Ottimismo. Professionalità. Arroganza. Tutti incarnati all’ennesima potenza. Tanto da cambiare il modo di essere allenatore. Tanto da cambiare il modo di giocare a calcio. Tanto da cambiare il modo di parlare di calcio.

Ma la cosa che veramente più mi affascina è il suo modo di affrontare le sconfitte e celebrare le vittorie. Contro il Barcelona, il Real ha perso 5 a zero. Poche parole ma incisivissime: “ E’ stata una sconfitta meritata, quindi facile da digerire”.
Come una sconfitta possa risultare meritata, solo lui lo può sapere. Come una sconfitta possa essere facile da digerire, è un concetto a me ancor più sconosciuto. Però immagino quanto queste parole possano essere state di conforto per i giocatori. La squadra perde, la colpa è sua, la squadra vince, il merito è dei giocatori.

E mi chiedo perché non sia così anche nell’ambito del mio lavoro.

D’accordo: il calcio è lo “sport di squadra per eccellenza”, il mondo della comunicazione è il regno dell’individualismo e della competizione. Benchè anche noi lavoriamo in team, anche noi “ci alleniamo”, e di tanto in tanto, fortunatamente, anche noi segniamo.

Ma quando perdiamo, poche volte facciamo autocritica. E ancor meno spesso diamo merito ai nostri avversari: “ah ce la siamo giocata sul prezzo”, “la nostra idea era migliore, ma loro avevano sicuramente qualche conoscenza.

Quello che più mi dispiace è che in molte agenzie italiane (a NY, come a Londra, vi assicuro che è molto diverso) manca il senso di squadra, il lottare per un obiettivo comune, il mettere i propri obiettivi in secondo piano rispetto a un obiettivo più grande.

Talvolta c’è la squadra ma manca  il leader carismatico, altre volte ti trovi a lavorare a strettissimo contatto, a passare giorni e notti con persone che poi in presentazione davanti ai clienti non sanno nemmeno che cosa sia il “noi”.

Lo scenario della comunicazione in genere, specie nell’ultimo anno, non è dei più rosei, ma se Mourinho è arrivato da un altro pianeta per cambiare non solo le regole di come si parla di calcio, ma anche le regole per come stare nel mondo del calcio, chissà se arriverà mai un uomo (o magari una donna!) che cambierà il modo di fare comunicazione?

Qualcuno in grado di far valere finalmente la meritocrazia e il talento vero. Qualcuno che ci insegni veramente il senso di squadra.  Qualcuno così carismatico da instaurare rapporti profondi con i propri “giocatori”, tanto da farli diventare combattenti al servizio del comandante, e non individui sfruttabili fino all’osso in cambio “dell’esperienza offerta”.

Chissà se ci sarà Qualcun altro che per questo Qualcuno sarà disposto a morire e a uccidere (cfr. Sneijder).

Io lo spero. Anzi ci credo. E se mai quel qualcuno verrà, avrà già un alleata al suo fianco!



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