Qualcuno chiamato freelance

“In this very real world, good doesn’t drive out evil. Evil doesn’t drive out good. But the energetic displaces the passive.”

(Bill Bernbach)

Per quanto se ne possa dire, ci sono volte in cui i pensieri affiorano alla mente come i detriti, e si portano dietro una grande compagna: la consapevolezza. Non sono voluti, né tanto meno richiesti. Appaiono e basta. Oggi mi è successo così.

Due anni fa ho aperto la partita iva. Due anni fa ho lasciato quella che io credevo LA grande agenzia per imbarcarmi in un’avventura che si sarebbe rivelata una delle migliori che abbia mai vissuto, e che continuo a voler vivere.

Sono certa che se qualcuno dice che il mondo è una giungla, quel qualcuno è un libero professionista. E sono convinta sappia quel che dica, perché, lui come me, lavora in un’arena in cui talvolta si compete ad armi pari, altre in cui siamo coinvolti in giochi le cui regole, e a volte anche le mosse dei giocatori, sono totalmente incomprensibili (ai nostri occhi).

Non abbiamo le spalle coperte da grandi nomi. Anzi, alle volte i grandi nomi sono i nostri avversari. E allora che si fa?

Ci si fa coraggio e ci si butta. Si gioca, e ci si ingegna, e si sbaglia, e si impara. E alla fine se sei bravo, vinci. Quasi sempre.

È proprio giocando queste partite che ho scoperto che non me ne importa nulla di contratti e benefit offerti: sono a caccia di esperienze e di progetti in cui so di poter fare la differenza, di persone che abbiano qualcosa da insegnarmi e a cui io magari possa insegnare qualcosa, umanamente e professionalmente parlando. Ho scoperto come il lavoro routinario, e come tale legato a uno stipendio e a un posto fisso, finisca inevitabilmente per smorzare il mio entusiasmo e la mia creatività. Ho scoperto che quello che mi inebria totalmente è la dimensione ipotetica che vibra intorno a un’esperienza che sa di nuovo, a un’idea che sa di innovativo, a una persona che sa di affascinante. E per fortuna, o per condanna, non riesco a non esplorarne ogni lato e possibilità.

Sono di Ogilvy, di McCann, di Leo Burnett, tanto quanto Ibrahimović (e non l’ho scelto a caso!) è dell’Inter, del Milan o del Barcelona.

Siamo professionisti. Punto.

Quando scendiamo in campo non importa di che colore sia la nostra maglia; scendiamo in campo per dimostrare quanto valiamo, quanto siamo veloci ad adattarci a team e a modi di giocare diversi, quanto siamo bravi a creare l’assist al nostro compagno, quanto siamo bravi a segnare il goal della vittoria. Il campo non conta. Gli avversari non contano. Contiamo noi, il nostro modo di giocare, la nostra capacità di adattamento e la nostra voglia di vincere.

Sono stata definita time spending per la cura maniacale che dedico a ogni progetto. Mi hanno chiamata partner perché cerco, per quanto possibile, di lavorare per il bene del cliente (agenzia, azienda o professionista che sia), e non per il ritorno economico che mi dà (o mi dovrebbe dare). Sono onorata di essere chiamata socia da quelle persone che credono in me, in noi e nella forza delle nostre idee e dei nostri sogni.

Ho investito tempo, soldi ed energie in progetti poi svaniti nel nulla, ho creduto in persone che pensavo (ma in realtà speravo) fossero come me, e che poi per motivi diversi hanno abbandonato il campo. Ho avuto momenti in cui avevo la sensazione di non farcela da sola, di aver fatto un passo troppo lungo per la mia gamba. Sono stata delusa, amareggiata, fregata.

Ma probabilmente se non avessi questi momenti di sconforto, in cui a bocce ferme si può fare il punto della situazione, non troverei la grinta per andare avanti. Grinta che mi dà motivazione e determinazione, grinta che sostanzia la forza di continuare a sperare di fare cose belle.
Perché nonostante tutto lo schifo che ci gira intorno, non ho smesso di amare e credere in questo lavoro chiamato comunicazione. Perché nonostante tutte le sfide e i compromessi che mi trovo davanti ogni giorno, non ho smesso di credere che le belle idee, se giustamente nutrite, possano avere successo.

Ma soprattutto non ho smesso di credere che se sono in grado di sognare qualcosa, quel qualcosa lo posso anche fare.



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