Qualcuno “nominato” strategic planner

Setting a goal is not the main thing. It is deciding how you will go about achieving it and staying with that plan.

(Tom Landry)

Sopravvissuta a San Valentino, e anche al meno popolare e consumistico San Faustino, credo di aver letto in questi due giorni la parola “coppia” un milione di volte, in articoli che spaziavano dai diritti delle coppie (gay) ai regali più scambiati dalle coppie (etero) e alla crisi delle coppie (creative).

Tutto questo parlare per “doppia persona” mi ha fatto riflettere su come lo strategic planner, figura professionale per ovvi motivi a me particolarmente cara, sia una figura invece principalmente individualistica.

Raramente ha il suo plus one, divertendosi piuttosto a essere il terzo incomodo tra l’art e il copy, l’agenzia e il cliente, i creativi e i produttori (stampatori, producer, o sviluppatori che siano).

Cuscinetto, provocatore, osservatore super partes, il planner è, o dovrebbe essere, il garante del legame tra gli obiettivi posti all’inizio del progetto, la creazione del concept e la realizzazione/implementazione dello stesso.

E se non è affatto facile definire gli obiettivi, vi assicuro che è ancora più difficile fare in modo che durante tutto il processo, dalla presentazione alla creatività, alla realizzazione del progetto, si mantenga coerenza con quanto stabilito all’inizio.

Vi racconto perché. Nel mondo della comunicazione ci sono coloro i quali vivono in una realtà fatta di sogni e desideri (i clienti), ci sono quelli che vivono nella realtà in cui tutto è possibile (account e creativi) e poi ci sono quelli che con la realtà ci devono fare i conti, e non solo: devono anche farli tornare (project manager e produttori).

La bravura del planner sta nel far sì che i bisogni dei clienti si traducano nei sogni dei creativi e che questi sogni poi diventino realtà per il consumatore. Il tutto attraverso il lavoro, ovviamente degli altri.

Quindi il planner concretamente che fa? (E giuro che non è una domanda esistenziale).

Se chiedessi ai miei genitori che lavoro faccio, probabilmente non lo saprebbero descrivere. Loro sono giustificati perché non sono nell’ambito della comunicazione, ma credo che anche all’interno dell’agenzia il ruolo del planner sia talvolta confuso: un po’ perché ha le mani in pasta ovunque, un po’ perché le sue capacità a volte sconfinano in campi propri di altre professionalità, ma soprattutto perché grazie alla flessibilità che richiede questo lavoro, sembra (o deve sembrare) sempre (e chi fa questo mestiere mi può capire) la persona giusta al momento giusto.

Tira le fila dei braistorming, riassume i concept, crea i rational, dà pareri, consigli e suggerimenti ma non giudica mai. Passa il brief ai creativi, ragiona con loro. Giustifica agli account le scelte prese. Convince i clienti. Insomma il planner parla un sacco, poche volte abbaia. Perché se è in gamba, riesce sempre a riportare, più o meno oggettivamente, e anche più o meno logicamente, il treno sul binario giusto (quanto meno a parole).

Quando non ci riesce però ecco che affila le unghie, combatte per ciò che è stato promesso e talvolta rovina l’equilibrio delle coppie. Bisogna stare attenti quando un planner entra in gioco, perché la coppia si allarga e va bene se parliamo di trio, purchè non degeneri fino a diventare un triangolo.

Mi capita di tanto in tanto di lavorare con altri planner: il confronto è stimolante, i risultati sono ottimi. La sintonia c’è, così come l’attrazione verso altri appartenenti a questa strana casta. E c’è pure la convinzione che più teste ragionano meglio di una.

Ma dopo esserci studiati a vicenda, dopo aver preso quello che di buono possiamo prendere, ritorniamo a lavorare singolarmente. Non prendetemi in maniera sbagliata: il planner ama la condivisione, si arricchisce nel confronto. Apprezza la coppia, sguazza nei triangoli, adora i team allargati. Ma quando deve pensare, quando deve pianificare e creare la strategia, lo deve fare da solo.

In questo post, c’è tanto di vero, qualcosa di ironico, ma poco da fare: noi planner siamo nati per essere lavoratori single. E poi d’altronde come darci torto: se ci pensiamo bene, anche Dio era da solo quando ha creato il mondo, no?


3 commenti on “Qualcuno “nominato” strategic planner”

  1. Su wordpress possiamo fare due chiacchiere, forse potrei passarti qualche dritta.

    Ciao.

  2. S.S. scrive:

    Molto molto volentieri!🙂

  3. Alessandro Boggiano scrive:

    Beh, sarò cecato ma non vedo modo di mandarti una mail da qui… 🙂

    A.


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