Qualcosa di polemico

Noi italiani siamo come dei nani sulle spalle di un gigante, tutti. E il gigante è la cultura, una cultura antica che ci ha regalato una straordinaria, invisibile capacità di cogliere la complessità delle cose. Articolare i ragionamenti, tessere arte e scienza assieme, e questo è un capitale enorme. E per questa italianità c’è sempre posto a tavola in tutto il resto del mondo.

(Renzo Piano)

Ieri sera ho guardato il festival di Sanremo, ma soprattutto ho ascoltato il monologo di Benigni in merito alla nostra Italia. Già. Italia. Un’entità troppo astratta, che spesso ci dimentichiamo esista, in favore delle persone che la governano.

Benigni, arrivato a cavallo (risparmio il commento), si è mosso sapientemente tra storia e attualità, parlando sì, dell’inno di Mameli e dell’Unità d’Italia, ma servendosi di una satira che, a mio avviso, di patriottico aveva ben poco: “La nostra nazione ha 150 anni. È una bambina, una minorenne”. Di allusivo e polemico molto.

Mi chiedo come si possa far riferimento al Risorgimento, cioè al periodo storico durante il quale la nazione italiana conseguì la propria unità nazionale, se si usano battute e stillatine che spostano l’attenzione dall’Italia a una situazione dell’Italia che non solo la divide, la spacca proprio in due.

Sarò più esplicita: è mai possibile che tutto, e dico tutto, sia riconducibile a essere o pro Berlusconi o contro Berlusconi?

E direi che sembra proprio di si: Rai 1, Rai 2, kermesse canora o dibattiti accesi, Sanremo o Santoro.

Stessi temi, toni diversi: Ruby, le minorenni, le feste ad Arcore. Da una parte il monologo, dall’altra uno scontro a più voci.

L’Italia, l’opinione dell’Italia, non è mai stata così spaccata in due. E noi, udite udite, vogliamo celebrarne l’Unità? Ma se non riusciamo nemmeno a essere uniti nel festeggiare i suoi 150 anni!!

E proprio volendo essere polemica fino in fondo, mi domando: come possiamo definire Risorgimento un momento in cui tutto il mondo ride di noi?

Siamo bravissimi a parlare, ma poi, noi italiani, che facciamo? Anziché cercare di arginare questa situazione, buttiamo benzina sul fuoco, continuando ad alimentare tormentoni su tormentoni.

Altro che stringerci a coorte! Noi ci siamo stretti, e continuiamo a stringerci, ma a corte.

Ci siamo mai interrogati in merito a quanti soldi, quanti NOSTRI soldi, siano stati spesi in indagini non dico inutili, ma effimere? Ci siamo mai chiesti quanto tempo è stato sperperato in intercettazioni telefoniche?

E quante prime pagine sono state pubblicate con titoli che millantavano l’aver scoperto la Verità? La Verità, quella vera, probabilmente non la sapremo mai, ma possiamo sapere perché diamo così tanta importanza al gossip quando ci sono decreti ingiuntivi e pratiche veramente urgenti che passano in secondo piano?

Sarò di parte, ma non credo che il modo giusto per incitare gli Italiani a unirsi, e ritrovare la dignità di Bel Paese, sia parlare per metafore allusive, chiamando in causa Silvio Pellico, o facendo riferimenti più o meno espliciti a Masi e le telefonate in diretta, a Marchionne e alla Fiat, per arrivare alla provocazione lanciata a Umberto (Bossi) con la lezione sull’inno d’Italia.

E se devo essere sincera non mi piace nemmeno che Benigni sia stato (stra)pagato (pare) 250 mila euro, per sparare sul Governo, per delineare un profilo dell’Italia in linea con il suo pensiero politico, per cantare un inno che sapeva più di antiberlusconismo, che di mamelismo, ottenendo per altro un’altissima share di ascolti. Incluso il mio.

D’accordo l’emozione, d’accordo il patriottismo. L’appello “svegliamoci, stiamo uniti” è piaciuto anche a me. Aveva grinta all’interno dell’esegesi dell’inno, ma avrei preferito fosse riferito all’essere uniti, ognun per sé e ognun per tutti, a fronteggiare il resto del mondo in questo periodo di difficoltà economica e sociale, piuttosto che essere uniti di fronte a una situazione attuale, che sa tanto di soap opera e ben poco di politica.

Avrei voluto sentire che, le parole non sono scelte a caso*, la nuova Italia appartiene a tutti noi. E che è bene che ce ne ricordiamo.

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*Le parole si rifanno alla conclusione dello spot della Fiat 500 (guarda qui), il cui testo, scritto da Marchionne in persona, recita così:

“La vita è un insieme di luoghi e di persone che scrivono il tempo.
Il nostro tempo.
Noi cresciamo e maturiamo collezionando queste esperienze.
Sono queste che poi vanno a definirci.
Alcune sono più importanti di altre, perché formano il nostro carattere.
Ci insegnano la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
La differenza tra il bene e il male.
Cosa essere e cosa non essere.
Ci insegnano chi vogliamo diventare.
In tutto questo, alcune persone e alcune cose si legano a noi in un modo spontaneo e inestricabile.
Ci sostengono nell’esprimerci e nel realizzarci.
Ci legittimano nell’essere autentici e veri.
E se significano veramente qualcosa, ispirano il modo in cui il mondo cambia e si evolve.
E allora, appartengono a tutti noi e a nessuno.
La nuova Fiat appartiene a tutti noi.



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