Qualcosa nell’intimità

Ho cercato di convincermi che lasciare delle persone non è la cosa peggiore che puoi fare loro. Può risultare triste, ma non deve obbligatoriamente essere una tragedia. Se non si lasciasse niente o nessuno, non ci sarebbe spazio per il nuovo.

(Hanif Kureishi – Nell’intimità)

Un paio di anni fa, una persona a cui tengo molto mi ha regalato Nell’intimità, di Kureishi.

È un libricino di circa 100 pagine in cui l’autore racconta di abbandoni insensati e ritorni fortuiti, di sensi di colpa, di spazi vuoti e di vuoti colmati, e lo fa in un turbinio di ripensamenti e indecisioni. Un flusso di pensiero molto simile a quello che succede a me, e credo a tutti noi, quando non sappiamo che fare. Quando ci interroghiamo senza sosta, perché le risposte ai nostri dubbi non le abbiamo, o non le vediamo.

Non so se sia il ricordo che mi lega a questo libro che lo rende così speciale, o lo sia veramente, fatto sta che è l’unico che ho letto più di una volta.

E ogni volta colgo frasi diverse, aspetti di vita che magari non avevo considerato precedentemente.

Ogni volta, però, la conclusione, a cui arriva Kureishi, mi sorprende per quanto sia vera: se non ti liberi del passato, non avrai mai spazio per il nuovo.

Mi sorprende per la sua semplicità. Per la sua ovvietà. Mi intriga, però, per la sua complessità.

Come si fa a liberarsi del passato? Cioè razionalmente lo capisco, ma è l’aspetto pratico che mi sfugge.

D’accordo. Ci si può imporre di non pensare a una persona, o a una situazione, che ci fa male. Ma non pensare non vuol dire dimenticare, nè tanto meno superare. Per cui, quanto può durare questa farsa?

Si può fare finta che non sia mai successo nulla, si può non sentire o non cercare la persona in questione, fare finta che non esista più. Io ci ho provato. Ma poi succede che proprio quando sembra di aver eliminato ogni traccia, basta una parola, una canzone, un niente… e il ricordo torna a bussare alla porta della memoria. Il trucco, dicono, sta nel non aprire. Ah ah…facile? No. Assolutamente.

Dove si erano nascoste quelle sensazioni?  Dove si erano rintanati quei ricordi? Come avevano fatto a ingannarmi così bene?

Il nostro cervello è una macchina grandiosa, si sa, ma non perfetta: ci aiuta parecchio con i suoi ragionamenti, però purtroppo si dimentica che non è lui a giocare l’ultima mossa.

È il cuore, inteso come emotività e non come macchina pulsante, che decreta se siamo pronti o meno per il nuovo. È lui che decide se avere paura o meno. È lui che ci permette o meno di vivere pienamente di nuovo.

Ma allora, come si convince il cuore che quella che stiamo percorrendo è la strada giusta? Che quello che noi vogliamo è il nuovo, e non il pesante e triste vecchio?

Semplice: accettando il fatto che non siamo noi a convincerlo. Non possiamo. Dobbiamo passare la mano, e lasciare il turno di gioco al nuovo.

Quel nuovo saprà conquistare la sua fiducia, quel nuovo lo saprà affascinare, quel nuovo saprà come farlo battere di nuovo.

Alla fine, ne sono convinta, se lo lasciamo giocare, quel nuovo occuperà pienamente tutto il posto di quello che noi abbiamo giudicato vecchio.



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