Qualcosa che si chiama cambiamento

Non è la specie più forte a sopravvivere, e nemmeno quella più intelligente, ma la specie che risponde meglio al cambiamento.”

(Charles Darwin)

Sto guardando in tv le immagini del terremoto in Giappone e non riesco a non pensare a quanto la vita della gente di Tokyo sia cambiata nelle passate 48 ore. E in questi casi non è che puoi prendere il fatto di cambiare in maniera filosofica: è successo. Devi affrontare una nuova vita. Punto.

E mentre noi italiani ci lagniamo ancora dei danni del terremoto in Irpinia di trent’anni fa, non vedo un giapponese che si disperi e si lamenti.

Filosofia zen o semplicemente capacità di reagire ai cambiamenti?

Penso alla mia ultima settimana. A quante cose sono cambiate da domenica scorsa. Alcune cose sono successe in maniera prevedibile: hanno cambiato la mia vita, ma perché ho scelto io di cambiarla. Altre invece sono successe in maniera improvvisa: non me l’aspettavo. Mi hanno colto impreparata.

Giusto o sbagliato, positivo o negativo, il cambiamento è letteralmente l’unica costante della vita, ed è davvero la cosa più naturale che ci sia.
Possiamo viverlo, subirlo, o usarlo a nostro vantaggio. Per quanto ci sforziamo di combatterlo, il cambiamento avviene. Ed è assolutamente innaturale cercare di non cambiare.
Il modo in cui ci aggrappiamo alle cose come erano, invece di lasciarle essere ciò che sono, il modo in cui restiamo legati ai vecchi ricordi invece di farcene dei nuovi, il modo in cui insistiamo nel credere, malgrado tutte le indicazioni scientifiche, che nella vita tutto sia per sempre.

Come viviamo il cambiamento. Questo dipende totalmente da noi.

È difficile lasciare andare quello in cui credevamo. E fa ancora più male rendersi conto che la realtà, l’oggi, non è come volevamo, o come ci immaginavamo che fosse.
È un po’ come quando ero bambina e credevo alle favole. Avevo sogni fantastici per la mia vita. Chiudevo gli occhi e avevo una cieca e assoluta fiducia che potessero diventare reali. Credevo di poter vivere una favola.

Poi col tempo si cresce, le cose cambiano e un bel giorno apri gli occhi e ti accorgi che la favola è leggermente diversa da come l’avevi sognata. Il castello beh, potrebbe non essere un castello, e il principe azzurro potrebbe anche non esistere.

Potrei continuare a restare legata a questo ricordo. Potrei continuare a sperare di vivere la mia favola.
Ma credo che così facendo mi perderei quella che è la realtà. Mi perderei tutte quelle piccole cose che colorano le mie giornate. Mi perderei l’oggi in vista di un ipotetico domani.

E onestamente non voglio. Non voglio che la vita mi passi attraverso senza cambiarmi.

Voglio prendermi le responsabilità e godermi il risultato delle mie azioni, perchè, anche se è più difficile, cercare risposte è meglio che farsi domande, stare svegli è meglio che dormire. E anche il più terribile fallimento, anche il peggiore, il più irrimediabile degli errori, è di gran lunga preferibile al non averci provato.

Se non cambiamo, se restiamo ancorati al chi siamo, invece di pensare al chi possiamo diventare, rischiamo di vivere facendo finta di non aver mai vissuto.
E non è che se non cambiamo, raggiungeremo la felicità eterna come accade nelle favole.

Anzi, proprio cambiando si impara che si può essere felici al momento. Ma bisogna avere fiducia. Fiducia che quello che ti sta succedendo è meglio di quello che potrebbe non succederti mai. Perché capita che le persone ti sorprendano. Perché capita che le situazioni si rivelino migliori di quello che pensavamo. Perché capita che la vita, nella sua imprevedibilità, possa anche toglierti il fiato.



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